Dal poggio più alto del podere di Montecapri un canto ci sveglia come un gallo in un’alba d’agosto.

Ida ha riempito il paniere di verdura e uova, un pollo da poco sacrificato e bottiglie di vino tracannate dalla cantina qualche notte prima.

“Piero piglia le falci s’ha da andare a mietere dai Ronconi stamani!”

“O non si andava nel nostro podere?”

” Senti le voci, son tutti lassù su i poggio, sbrighiamoci o s’arriva tardi!’

“Son le sei!”

“Ma s’ha da portare la roba nell’aia. All fine si fa come i’ Nardi che da presto fece tardi!’

“Dammi i’ paniere te porta le falci ‘un tu vorrai mica portare quindici kg di roba!”

“Eddie ho paura io!”

Piero guarda Ida, è magra, ha un vestito stretto in vita che sottolinea i suoi fianchi non troppo accentuati, ai suoi occhi sembra un uccellino delicato ma sa che è capace di affrontare giornate di lavoro nei campi, passare le serate a sfaccendare in cucina e rammendare. Ha una forza silenziosa dentro di sè, gli occhi malinconici a volte si perdono a guardare oltre la finestra, un orizzonte che ha immaginato mille volte da ragazza di poter oltrepassare ma la guerra e la vita di stenti l’hanno schiacciata li, in vetta a quei poggi a Montecapri.

Si avviano con passo svelto, a contadino il passo lento non esiste, si rallenta solo quando si rientra dai campi, ma nemmeno tanto, perchè spesso urge la fame, la stanchezza, gli animali da chiudere e il fuoco da accendere.

Piero è alto, porta i baffi lunghi che coprono i suoi rari sorrisi, ha un corpo muscoloso ma non imponente, mani grandi piene di calli, indossa una canottiera di lana, dei pantaloni lunghi nonostante il caldo agostino perchè nei campi con i pantaloni corti non si va, e le scarpe da lavoro.

Da una parte tiene il paniere con l’altra tiene per mano Ida. Lei accanto a lui sembra una bambina, agile e saltellante tiene le falci con una mano e nell’altra tiene il suo coraggio, la sua protezione, la vita che le è capitata addosso.

Nei campi assolati di agosto si celebra quella che è chiamata in toscana la festa della segatura*, è la festa che celebra la mietitura del grano. Nella ruota delle stagioni il seme custodito nella terra piano piano si decide a germogliare, nutrito e protetto nella pancia della pachamama, piano piano cresce fiorisce e da i suoi frutti. In questo giorno i frutti si raccolgono, è il periodo dell’anno di maggiore abbondanza dei terreni, si esprime gratitudine alla terra per tutta la bontà ricevuta.

Nelle terre coltivate a mezzadria i contadini durante questi giorni si ritrovavano podere per podere per darsi mano nelle operazioni di mietitura. Un giorno si falcia il grano nel podere di uno, il giorno dopo ci si sposta in quello di un altro. Lo scambio e la condivisione son la normalità.

Lo stato del mezzadro prevedeva si una condizione di sottomissione al padrone ma non mancavano mai il vino, l’olio e il necessario per imbandire una tavola nell’aia.

Si iniziava a mietere la mattina al sorgere del sole, le donne sbrigate le faccende e dato da mangiare ai figlioli e agli animali si recavano nel campo per dar mano. La mietitura a falce era faticosa e i canti delle segature avevano il duplice valore di aiutare nel duro lavoro, senza concentrarsi soltanto sulla fatica e quello di raccontarsi. I canti erano infatti in prima persona e parlavano di emozioni e speranze, spostavano l’attenzione dei contadini dal piano meramente pratico e materiale di importante fatica a un piano più sottile di emozioni e sentimenti.

Questo raccontarsi li faceva sentire presenti, individui, unici.

Sul mezzo del giorno, quando il sole era troppo alto e troppo caldo si iniziava a riporre le falci e si tornava al podere. Nell’aia i giovani avevano allestito tavoli con assi e panche e sgabelli per far sedere all’ombra del porticato la squadra di mietitori, le ragazze avevano preparato pasta e contorni, cotto la carne e messo sul tavolo il vino portato su dalla cantina poco prima per mantenerlo fresco. I contadini e le contadine arrivavano dai campi cantando e stornellando, le donne con le pezzole in capo e le grandi gonne e gli uomini con i carzoni rigirati alla caviglia e i piedi doloranti a causa delle scarpe risolate male.

Nel piazzale assolato il cane pastore accoglie i braccianti abbaiando e scuotendo la coda, fermo sulle zampe ad annunciare la festa!

Ida e Piero son passati da sopra il podere per ripassare da casa sul poggio successivo e portare alla tavola il pane caldo appena sfornato dalla Maria.

Maria e Oreste ormai vecchi partecipano solo alle feste nella loro aia. Oreste li attende sulla porta, non partecipa alla festa nell’aia di’ Ronconi, ormai l’età non gli consente di muoversi troppo, resta in casa sempre di più, al massimo scende nell’orto ma senza troppe fatiche e soltanto al mattino sul fare dell’alba per non prendere caldo e la sera dopo il tramonto per chiudere le cocche. Si siede nel grande camino anche d’estate, lo accende la sera, nonostante le proteste di Maria e ci si siede dentro, per portare un pò di calore nelle ossa fredde prima di andare a letto. Maria non si allontana da lui anche se potrebbe farlo, partecipare alle feste nell’aia, cucinare e far banda con i compagni di una vita. Ma rimane accanto al marito, questo le è stato detto di fare, questo le hanno insegnato.

Per non perdere la sua energia però si da da fare in cucina e nel pollaio. Dalla cantina porta su secchi di farina macinata al mulino più avanti, quello dove passa il fiume che attiva le grandi macine che triturano i grani e i cereali e trasformano il raccolto in nutrimento. Lei passa le serate a rinfrescare il lievito madre, impastare, riempire la madia di impasti e lieviti.

Una volta ogni otto dieci giorni accende il grande forno a legna che si trova nello spazio fra i due porticati adiacenti. D’inverno nelle camere al piano di sopra che poggiano le loro mura di pietra sul muro confinante la canna fumaria del forno si sta caldi e il profumo del pane cotto arriva sino a lì. Addormentarsi è difficile perchè il profumo invoglia a spuntini notturni sopratutto nei periodi lontani dal raccolto dove con la fame ci si da un pò di più del tu.

Ida entra in casa, Piero si ferma a parlare con Oreste, la donna esce dalla cucina con un cesto carico di pane caldo dal profumo pungente.

“E’ una ricetta nova dimmi icchè ne dicono nell’aia che se l’è bona domenica la rifò!”

Si salutano con lo sguardo, Ida e Oreste vanno a passo svelto mossi dalla fame e dalla voglia di far festa.

Eliana li attende nell’aia, dalla mattina presto è intenta a preparare, al loro arrivo si fa carico del paniere del pane che porta in cucina per poterlo affettare.

Ha il fisico asciutto di chi mangia troppo poco per tutte le cose che fa, il vestito bianco e verde le dona un aspetto curato nonostante sia dalla mattina che svolge tutti i tipi di lavori possibili, ha i capelli raccolti dietro la testa e una pezzola al collo che tira sui capelli quando deve cucinare o stare sotto al sole.

Taglia il pane facendo forza sulla spalla destra, il rumore della crosta che si rompe sotto il coltello dentato è un suono di percussioni e archi che le piace da sempre, per questo ha accolto la madre nell’aia ed è corsa ad aprire le forme di pane, entrando nella grande cucina con gli occhi ci hanno messo un pò ad adattarsi al contrasto con la luce dell’esterno, ha aperto la porta con la mano destra poggiando il cesto con i pani sul fianco esposto come appoggio e canticchiando ha continuato a ricordare i passi del ballo nell’aia.

Prima del loro arrivo stava ridendo e battendo le mani al gruppo dei suonatori che con gnacchere e fisarmonica avevano intonato la quadriglia, Eliana adorava ballare ma non lo faceva mai in pubblico, era timida, non si sentiva a suo agio e si vedeva goffa. Al ritmo della quadriglia che risuonava nel piazzale muoveva i fianchi nella cucina al buio illuminata soltanto dalla finestra che dava sull’acquaio di granito. Sul volto il sorriso e in mano il coltello con cui si apprestava ad aprire il pane al ritmo del ballo che si svolgeva nell’aia.

Nando si sofferma scendendo dalle scale di pietra serena che scivolano dentro la stanza da dietro la cappa del camino, sente canticchiare e si ferma. Si affaccia piano piano e la vede intenta a muovere i passi della quadriglia dalla vita in giù e nel taglio del pane dalla vita in su. Sorride, non si aspettava che l’Eliana avesse questa indole ballerina. L’ha sempre vista nei campi, nei piazzali assolati, a volte alle feste ma sempre intenta a fare qualcosa, adesso la osserva per la prima volta con quel suo fare spensierato e intimo.

Le è sempre piaciuta, proprio perchè a tratti burbera e distante ma non aveva mai trovato una chiave per dirlo, e forse per dirselo. Vederla assorta in quella danza attorno a quel pane lo aveva come illuminato. Il suo cuore ha iniziato a battere, sul suo volto un sorriso. Senza capire come si è ritrovato al centro della stanza davanti al camino che la guarda, lei percepisce un rumore e alza gli occhi canticchiando.

Smette di cantare, smette di respirare.

Nando ha un fisico possente, spalle larghe e mani grandi, la carnagione segnata da le stagioni. L’estate la sua pelle prende un colore scuro, intenso, sul volto spiccano come cristalli i due occhi chiari.

Si guardano, Eliana ha portato la mano alla bocca, Nando ha illuminato il suo sguardo con un sorriso dolce e intimo. Sa che non può parlare per primo, sa che nessuna parola sarebbe adatta a gestire l’imbarazzo di una timida che si scopre vista. Si aspetta una reazione da parte di lei, vergogna, rabbia, fuga.

Eliana inizia a ridere come una matta, molla il coltello del pane e poggia entrambe le mani sulle ginocchia ridendo di pancia, i capelli le si sciolgono sul volto, Nando è immobile, sorriso inebetito sulla faccia e il cuore che brucia come un fuoco nel camino. Passano alcuni secondi, poi Eliana si ricompone sempre sorridendo.

“Perchè mi guardi così?”

“Pensavo tu mi tirassi il coltello del pane…”

“Ah sia mai! Il coltello per il pane è sacro. Questo pane è sacro. Racconta tutte le nostre fatiche di un anno, e ciò che abbiamo raccolto!”

“Bene allora il tagliere…”

Eliana ricomincia a ridere di gusto. E’ ovviamente un modo originale di gestire l’imbarazzo.

“Se un tu fossi così bella mi sarebbe già preso il nervoso!”

Si guardano.

Ci sono vite che scorrono fluide dove l’amore entra chiedendo il permesso, poi ci son le storie nate in un attimo, che il permesso non lo chiedono, si prendono lo spazio che a loro serve per viversi e basta.

Due sguardi che si dichiarano amore ancor prima delle bocche, delle parole, dei baci, dei corpi. Due sorrisi in sui si sciolgono i dubbi, le paure e le preoccupazioni.

“Se mi vedi stanco sorridimi Eliana, come quel giorno mentre tagliavi il pane. Il raccolto più bello della nostra estate del 1949.”

Usciti dall’istante che li ha segnati per l’eternità da fuori sentono provenire rumori e schiamazzi. La quadriglia non suona più, Eliana esce nell’aia con il grande paniere sulla testa colmo di pane tagliato ancora caldo.

Dalla piazza finalmente si alza un brindisi “Ora che c’è il pane si può iniziare!! Urrà!!”

Si alzano i calici, Nando si è avvicinato alla tavolata, prende due bicchieri di vino e ne porge uno a Eliana. Non si sono ancora nemmeno sfiorati ma son già legati e intimi grazie a uno sguardo e un sorriso.

La tavolata è allegra e festosa, si succedono piatti caldi, vassoi di verdure e carne e canti, brindisi e gioiosa semplicità.

“Eliana ma che pane l’è codesto? Me ne tiri una fetta?”

Eliana si volta, la mano nel paniere e il bicchiere di vino nell’altra, prende la fetta e la lancia a metà del tavolo, sorride, alza il bicchiere e brinda con Nando incrociando il suo sguardo.

“E’ di integrale, segale e farina bianca, macinata da Ciacco del Mulino sul fosso!”

Riparte la musica, ripartono i brindisi e i canti.

Si celebra il raccolto, la vita, l’amicizia e la terra che ci offre tutte queste possibilità di nutrimento e gioia.

Stasera mentre immaginate balli nell’aia ripensate al vostro raccolto, a ciò che volete raccogliere di questo anno di semina, siate grati, celebrate la vita.

Felice Festa della segatura! Ci troviamo qui con altri pani e altri racconti!

Per la ricetta del pane della festa della mietitura (lammas o lughnasadh nella tradizione celtica) vai al blog di Sandra Pilacchi.

*la festa della segatura è raccontata in maniera meticolosa e con tante testimonianza da quella splendida risorsa che fortunatamente abbiamo nei nostri territori che è l’associazione La Leggera.

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4 commenti

  1. La cosa più bella dei tuoi racconti è che mi fanno sentire i profumi e i sapori di quello che scrivi. Grazie per averlo condiviso. Buona festa della segatura ❤️

  2. E ti lascia condurre per mano,seguendo il filo rosso delle parole,in un mondo magico e lontano che ci appartiene.Un incanto

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