PERderSI

Dai miei 95 centimetri di altezza domino la spiaggia e le conchiglie con una certa padronanza.
Ho riccioli biondi. Arruffati.
Mani cicciottelle che tengono stretto il secchiello.

Due ciabattine rosse che stringono i piedini grassi come piccoli culatelli appena insaccati.

Un costume di spugna a righe rosa e bianche che non sfina la mia linea.

Passeggio canticchiando le canzoni della nanna.
Quando sono stanca avverto il mondo così. Canticchio le canzoni con cui la mamma mi addormenta la sera.
‘… O partigiano, portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao…’
Con la paletta, ogni cinque, sei passi, do una manciatina di sabbia al mare.
‘È buona, eh, questa pappa!’
Trascorro il tempo così, non so quanto tempo e quanti passi e quante manciatine di sabbia ho dato al mare. Trascorre un tempo che non so fermare e riavvolgere. Quello della me bambina e delle sue prime volte di tutto.
Mi volto, dai miei 95 centimetri di altezza, alzo gli occhi per cercare il babbo.
Non c’è. Mi giro e mi rigiro. Ci sono uomini alti e scuri, ma hanno degli asciugamani sulle spalle, parlano una lingua senza articoli determinativi e sono circondati da braccialetti colorati e occhiali da sole.
Mi fermo. Le ginocchia si avvicinano a puntellarsi, come per garantire una stabilità di sicurezza.
Sono ancora tranquilla. Adesso sicuramente appare la mamma.
La mamma.
La.
Mamma.
Mamma?
Passano i secondi, passo dal pacato all’isterico senza rendermene conto.

Mi rendo solo conto che mi sono persa. La mia prima volta.

Perdersi.
Mi sono persa.
Mi sono persa perché ho smarrito i punti di riferimento.
Ho smarrito la strada, ero partita per una direzione e l’incontro con gli altri, gli ostacoli, la distrazione mi hanno portata non so dove.

Sono sola nel letto e mi sveglio con un sobbalzo.
Nel sonno mi sono sentita piangere.
Ho sentito il pianto disperato e di smarrimento e ho ringraziato il cielo di aver aperto gli occhi.
Sono qui. Sola nel letto con una parete di libri che distrae il mio retropensiero. Ogni volta la osservo mentre penso, mi concentro sui volumi che sono fuori posto e li immagino in ordine, anche se poi non li riordino mai. So esattamente dove dovrebbero stare.
I libri non li ho persi.
Io mi sono persa, ora. Non quarantatré anni fa, ora.
Persa dietro a un’idea di me, dentro a un progetto, alla fine solo mio, mi sono sentita sola quando non dovevo sentirmi e invasa nello spazio del cuore che avevo destinato

a qualcosa che esisteva solo nella mia testa, nella mia memoria.

Allora, quando questo spazio si scuote, ti senti persa. A pezzi. Violata.

Dispersa nella vita come i granelli di sabbia che davo da mangiare al mare.

Perdersi serve a conoscere le strade che non sai percorrere, quelle che non ti portano da nessuna parte e non ti rendono libera. Serve e ti obbliga a ripartire, ridefinendo i confini e gli obiettivi. Quando tutti quelli che avevi davanti a te vengono spazzati via.

Ricomporsi significa fermarsi, alzare gli occhi al cielo, inclinare le ginocchia per non perdere l’equilibrio e aspettare. Nessuno in particolare.

La prima persona che devi attendere quando ti perdi sei tu.

Devi osservare lo spazio attorno a te e, piano piano, ti vedi arrivare, conciata come sei, disfatta dalle notti in bianco e dalla fatica fatta per tenere sul volto un sorriso riparatore.

Devi aspettarti, senza fretta e senza giudizio e, quando ci sei, devi abbracciarti. Forte. Ringraziarti. Accarezzarti il volto e lasciarti piangere.

Qualsiasi sia l’altezza da cui osservi la spiaggia e le conchiglie, imparerai che perdersi serve sempre a capire quali sono gli occhi che desideri incontrare oltre ai tuoi, per ritrovarti.

Io quegli occhi li ho incontrati subito dopo di me. Sciolta dal mio abbraccio, mi sono voltata ed erano lì. Non so da quanto tempo, non so per quale motivo e nemmeno chi devo ringraziare, ma erano lì.

Il mio cuore ha smesso di correre ed è tornato al suo battito, sovrapposto al cuore di chi, come me, sa esattamente quanti battiti ci vogliono per rendermi felice.

A me basta poco, davvero poco. Spesso, nelle giornate buie, ho bisogno soltanto di silenzio e abbracci.

Io voglio solo essere abbracciata.

Dai miei 95 centimetri di altezza, il mio grido raggiunge distanze improbabili.

Piantata in mezzo alla spiaggia, con le ginocchia puntate e i piedini sprofondati nella sabbia bagnata, mentre le mie lacrime si uniscono alle onde che mi bagnano i piedi,

mi immagino di non ritrovare più la mamma e il babbo. Mi immagino la Dida che festeggerà per essere tornata figlia unica e la mia famiglia che tornerà dal mare senza di me. Con la macchina carica di borse e bagagli ma senza di me.

E io, lì. Con i piedi a mollo nel mare, ricoperta di sabbia, cercherò qualcuno a cui raccontare la mia storia per farmi portare a casa e guadagnare uno straccio di cena,

mai buona come quelle della nonna, ma che almeno sia abbondante.

Inizio a guardarmi attorno per ipotizzare i possibili candidati all’adozione temporanea, ma non so scegliere. Nessuno ha il sorriso di mia mamma e le mani grandi del mio babbo.

Adesso, nel letto, di fronte alla grande libreria, stai stesa in silenzio e sola non ti senti mai.

Ti trovi la notte da sola nel letto a pensare che l’amore non ti fa mai sentire sola.

Una volta incontrati quegli occhi puoi solo starci dentro. Se non ti fa paura abusare di troppo amore e immaginarti felice, puoi non andartene da lì.

Che perdersi, a volte, serve a trovare una versione migliore di te.

Che amarsi è il primo passo per amare.

Da lontano vedo un ‘marocchino’ venirmi incontro. Non ha i tappeti, ma un costume bianco attillato e dietro a lui una donna con un costume rosso. Lui ha i capelli arruffati e lei lo sguardo accigliato.

Butto in terra la paletta e, con la mano sporca di sabbia, mi strofino gli occhi per asciugare le lacrime. Al graffiare della sabbia sul volto, il mio grido riprende come la sirena di un impianto nucleare guasto. Non vedo niente, ma si avvicinano.

Cerco di smettere di urlare per sentire cosa dicono e sento chiamare il mio nome.

Sbatto le ciglia per provare a vedere oltre l’impasto di sabbia e lacrime e mi trovo davanti il marocchino e la signora con il costume rosso.

Babbo!

Mamma!

La mamma si piega per abbracciarmi, il babbo inizia la telecronaca di ogni minuto di sofferenza passato alla ricerca della sua bambina persa. Io li guardo e singhiozzo, e infilo la testa in quel punto che l’universo ha creato per sentirsi a casa ovunque, lo spazio fra la spalla e il collo dove la testa si incastra e i pensieri smettono di fare male. Io voglio solo essere abbracciata.

Oggi ho imparato che perdersi ha valore solo se hai come obiettivo ritrovarti.

Dai miei 95 centimetri di altezza ho capito che se vai al mare, nonostante gli impegni e le cose da fare, non devi mai perdere di vista il babbo e la mamma, perché quelli si perdono facilmente e poi, per ritrovarli, devi masticare sabbia e lacrime per ore.

Dalla vita ho imparato ad aspettarmi di tutto e a cercare le cose belle senza perdermi. Ho imparato, perdendomi, che tutto ciò che è faticoso e complesso, tutto ciò che ti cambia e ti inquadra non è amore.

Ho imparato a non stropicciarmi gli occhi con le mani sabbiose e a non dare confidenza mai e mai più a qualcuno che non si emoziona come me davanti al mare.

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