Via de’ Macci

Via de’ Macci è una delle vie più belle e importanti nella topografia del mio cuore.

In una giornata complicata, in giornate instabili, in settimane caotiche e mesi difficili mi trovo a camminare per il centro distrattamente, con i giramenti di coglioni a spasso per la testa e il cuore pesante.

Nemmeno la bella Firenze consola i miei pensieri.

Poi per caso – sapendo bene che non esiste il caso – arrivo qui.

Il bandone di quel garage è abbassato, io lo vorrei sfondare e vedere per una volta, un’ultima volta la mia casa di bambina, il luogo dove i miei genitori mi mandavano in estate, un esempio concreto di centri estivi di vita vera!

Vorrei urlare così forte il tuo nome da sentire il rumore del metallo che inizia a sollevarsi lentamente, il bandone che si alza, io che abbasso la testa e vedo da sotto spuntare le ruote. Sorrido. Sono emozionata, non vedo l’ora di vedere il tuo viso e il tuo sorriso aprirsi sul volto non più tanto abituato a farlo.

È lento questo vecchio bandone, grida di dolore nello svolgersi sulle guide arrugginite, vedo i tuoi piedi storti appoggiati malamente sulle pedanine, continua a salire e intravedo le tue gambe magre e piano piano appaiono i ‘peneri’ dai mille colori del poncho che ti metti d’inverno. Rido. Impaziente.

Impaziente salterello sul posto come se mi scappasse la pipì, il generoso bandone finalmente apre il sipario.

Quando i nostri occhi si incontrano i nostri sorrisi si allargano all’infinito.

Finalmente iniziano i nostri giorni di gioco!

Mi avvicino di corsa con i miei capelli lisci e la mia frangia tagliata storta di nascosto con le forbicine da unghie allo specchio del corridoio, al buio, mentre la mamma e il babbo sono in cucina e la nonna nel cucinotto.

Mi fermo in piedi davanti a te, frangia compresa, tu mi prendi in giro e ti posizioni per la nostra giratina motorizzata, io salgo dietro e iniziamo a ‘correre’ per via de’ Macci, ogni tanto spingo con il piede per aiutare il motore della carrozzina non abituato a viaggiare con i passeggeri a bordo, tante sono le buche che quando parli la tua voce salta ancora di più del normale.

‘Vai piano Elenina ci si ribalta!’ e ridi come una matta con quella bocca aperta spalancata pronta a ingoiare tutta quella improvvisa felicità.

Perché la felicità è sempre improvvisa. Arriva, ti scompiglia cuore e capelli e si allontana. E tu trascorri il tempo a rincorrerla, cercarla, desiderarla.

Tocco la carrozzina su cui vivi come fosse parte di te, non faccio differenza, non sento differenza fra te e quel pezzo di ferro rosso metallizzato come non la sento fra te e me.

“Ma quando arriva Cecilia?”

Eccola, una bambina magra, forse un anno più grande di me, vestita sempre bene, con una frangia perfetta e la gonna stirata. E’ bella, simpatica e dietro a quella faccia da angioletta si nasconde una perfetta complice di marachelle e risate.

‘Dai Rita muoviti che dobbiamo andare a fare la spesa con la Ferrari!’

La sua carrozzina elettrica per quegli inizi di anni ottanta era un mezzo super moderno, io e Cecilia ci salivamo cercando di bilanciare i pesi, lei guidava con il joystick impugnato nella mano destra, sfrecciavamo tutte e tre per le vie del centro ridendo come pazze facendo a turno a stare dietro o davanti.

Ci sentivamo così fortunate di avere Rita come amica, eravamo ingenuamente felici che lei fosse in carrozzina perché ci permetteva di fare giochi che non avremmo fatto mai. Per noi il suo non era un disagio, era un modo di essere.

Eravamo piccine e il suo sorriso spalancato sul mondo ci faceva pensare fosse giusto, naturale, anche se naturalmente non lo era. Anche se la sua sofferenza l’abbiamo compresa anni dopo, la ricordiamo ancora, la sentiamo con noi ogni volta che ci pensiamo. Ricordo il suo pianto stesa nel letto l’ultima volta che sono andata a trovarla nella sua casa nuova. Che lei chiamava ghetto. Che lei odiava.

Rita ci adorava chiamava a casa e facevamo telefonate di saluti cercando ogni volta il modo per vedersi un po’. Io e Cecilia le portavamo una ventata di vita che lei usava tutto il resto delle settimane che ci separavano.

La sera dopo mangiato, io e la Ceci ascoltavamo la musica nel garage adibito a casa e facevamo gli esercizi alle spalliere che aveva nel suo piccolo spazio palestra, giocavamo a fare le ballerine inventando coreografie mentre lei ci prendeva in giro.

Noi gentilmente la accompagnavamo con la carrozzina all’acquaio così che potesse lavare i piatti mentre ci divertivamo a ballare. Ci sentiva cadere e rideva, ci sentiva ridere e rideva, cantava le canzoni che mettevamo e si ricopriva il vestito di schiuma per i piatti ridendo.

Il bagno era un piccolo corridoio, perfetto per incastrarla dentro con la carrozzina e consentirle di fare le sue cose da sola, noi badavamo solo a riprenderla disincastrando la carrozzina dalla porta. ‘Ho fatttoooooo’ e noi piano piano andavamo a riprenderla.

Il momento di andare a letto era il nostro preferito.

Io e Cecilia eravamo molto amiche dentro quel mondo speciale ma fuori non ci frequentavamo perché lei abitava in centro io in campagna.

Dentro quella stanza però eravamo solide alleate, a tratti anche birbone ma con ingenuità. C’è da dire che lei da noi due si faceva fare veramente tutto, passava le giornate a ridere nonostante i nostri ingenui soprusi e le poche smancerie.

Quanto rideva Rita quando le dicevamo ‘Tu dormi in terra Rita! Così non caschi! Nel tuo letto dormiamo noi… dobbiamo vedere l’alba!’

L’alba in via de’ Macci è un evento che non ha testimoni nella storia dell’umanità, soprattutto se l’unica finestra presente, un finestrone di vetro con apertura a vasistas, si affaccia su una corte interna di un palazzo di quattro piani.

Ma ai bambini questi dettagli scientifici non interessano, noi ci provavamo tutte le notti!

Rita in terra si addormentava come un angioletto dopo una giornata passata con accanto due ‘ritricini’ come noi.

La mattina per alzarla io e Cecilia ci affacciavamo alla porta del retro, che dava su un cortiletto lurido e buio e vociavamo ‘Salvatoreeeee’ ‘Carmeloooo’!!

Dopo qualche ‘vociata’ si affacciava qualcuno.

‘Che c’è stamane picciridda!’

‘La Rita, va alzata!’

‘È caduta? Di nuovo?’

‘No no ha deciso di dormire in terra!!!’ e lei da terra rideva come una pazza sapendo perfettamente che non aveva deciso niente ma che le andava bene tutto!

“Arriviamo!”

In un baleno erano da noi, alzavano Rita come se fosse una piuma, con delicatezza e premura la rimettevano seduta sulla sedia a rotelle e si assicuravano che tutto fosse a posto.

Da Rita ho imparato che si deve amare la vita fino al più insignificante sospiro, che la diversità la vedono gli altri se tu ti senti normale, adatta a vivere.

La nostra ingenuità nel trattarla la faceva sentire finalmente normale e si sentiva improvvisamente viva.

Questo è un potere che hanno i bambini, livellare la vita ad un unico principio, il gioco e l’umanità.

Da Salvatore e Carmelo ho imparato che la gentilezza è propria dell’essere umano qualsiasi sia il suo ruolo, la sua vita, la sua apparenza.

Salvatore e Carmelo erano i travestiti più belli di via de’ Macci, un siciliano e un napoletano.

Una bionda alta un metro e ottanta con le gambe da calciatore e un seno enorme e ben mostrato, occhi scuri, ciglia lunghe, labbra carnose, il ritratto della femminilità con la voce del mio babbo!

L’altra rossa a volte nera a volte bionda, occhi scuri, la risata del mangiafuoco e un accento napoletano che rendeva a noi bambine incomprensibili le litigate che sentivamo per strada, che faceva ad ogni ora del giorno e della notte.

Le nostre giornate erano costellate di giochi e piccoli vizi, per me vivere il centro era come andare su Marte, abituata ai campi sbattevo contro tutto mentre correvo, inciampavo e mi perdevo anche solo per andare a comprare il giornale all’edicola a dieci metri di distanza sul marciapiede di fronte.

Cecilia rideva, tornavo sempre con il giornale per Rita e le Cristal Ball per noi che ci intossicavamo bene bene.

Quel bandone oggi è chiuso, Rita contro tutto e tutti è stata portata via perché le avevano destinato uno spazio più adatto, in via della Chiesa, in un luogo dove c’erano persone come lei.

Quanto era incazzata per questo, non ho mai più ritrovato il suo sorriso di via de’ Macci, nessuna volta in cui ci siamo andate a trovarla. Ci chiedeva di fuggire di lì, di portarla via, ci diceva che erano tutti handicappati e tristi, che vivevano con le porte aperte ma nessuno era amico di nessuno ognuno concentrato sui suoi problemi, era arrabbiata.

Le sue forze diminuivano e il bandone iniziava a calare sulla sua vita. Si illuminava il suo viso solo quando mi vedeva, tornava lì alle nostre serate in via de’ Macci, le risate per le nostre marachelle, le cadute in bagno, la testa sempre ammaccata perché sbatteva ovunque. Il giallo dei suoi mobili colorati, le barre da ballerina, il letto alto, la finestra da cui si vedeva l’alba più bella che avessi mai visto.

Quel bandone chiuso ha dentro tutta la felicità che Rita si è potuta permettere.

Ne ha avuta una dose davvero limitata per una malattia che le ha mangiato la vita, lentamente, come a volerla punire di qualcosa. A sedici anni d’improvviso si è manifestata e l’ha consumata fino all’ultimo respiro.

Rita andava allo stadio e ai concerti con la Dida e la Dida era contenta perché dal curvino gli accompagnatori vedevano da Dio.

‘Silvia andiamo vicino si vede Antonio giocare guarda come l’è!’ e rideva contorcendo la testa e aprendo la bocca malamente, per fare entrare tutta la felicità possibile.

Era così bella Rita.

Un’anima che mi ha insegnato cose che nessuna scuola potrà insegnare, a essere se stessi, a essere felici nonostante tutto, a cercare la bellezza, coltivare le relazioni senza badare all’età e alle differenze, si può essere amici sempre. Mi ha insegnato a non giudicare una bionda con le poppe tirate e la voce da pescivendolo ma lasciarsi stupire dagli esseri umani. Sempre.

Il bandone è chiuso. Quel bandone chiuso contiene infinite parti di me, la mia paura di sapere Rita quanto è stata incazzata, quanto si è sentita sola quando l’hanno portata via e nessuno ha potuto spiegare che portandola via da lì le avrebbero dato spazi migliori ma le avrebbero picconato il cuore. Io ero piccola le mie parole non avevano valore ma il mio cuore lo ha sempre saputo che da lì a poco lei si sarebbe lasciata andare, sola, incazzata, distante dalla strada e dai suoi amici della via. Le volevano bene tutti e tutti si occupavano di lei. Nel ghetto di via della Chiesa passava l’assistente sociale che non ascoltava i suoi racconti, non le importava delle sue lamentele, lei per protocollo che non prevede mai uno spazio lasciato vuoto per l’umanità e l’ascolto aveva solo il compito di segnare come stava, anche se stava male perché era lì ad aspettare le giornate passassero e veder passare ogni tanto un’assistente sociale che passava a vedere come stava.

La solitudine ha lasciato spazio alla malattia. Non ho mai potuto salutarla perché non eravamo parenti stretti, almeno così risultava all’anagrafe, io invece son sempre stata convinta lei fosse parte della mia famiglia, dove per un periodo ha vissuto, e io della sua. Senza dubbio, l’anagrafe a volte è bugiarda.

Via de’ Macci in una giornata difficile, con pensieri troppo grossi e decisioni troppo pesanti da prendere mi ha coccolata così.

Anche se oggi è una strada di fiorentini arricchiti, che niente sanno di cosa c’era dietro a quei portoni e quei bandoni, tutti appartamenti soppalcati, con le piante che calano dal soffitto e libri letti per appartenere a uno status, mobili Ikea, divani Maison du Monde e biciclette parcheggiate con tanto di casco e pedalata assistita. Ma che ne sanno loro di come è bella l’alba in via de’ Macci però, che ne sanno.

Oggi ho sentito Rita ridere, mi sono sentita felice e ho sentito la sua felicità che ricordo benissimo, io bambina, birbante e gioiosa. Mi sono sentita fortunata per l’amore ricevuto da alcuni grandi maestri di vita nei miei centri estivi di vita vera: Rita, Salvatore, Carmelo e la mia amica Cecilia.

Grazie Rita, non dico ‘ovunque tu sia’ perché sei esattamente dove starai per sempre, nel mio cuore, in via de’ Macci, oltre quel bandone.

Elena Miniera

Grazie per aver letto! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi Post e supportare il mio lavoro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *