Sono corsa da te …

Sono corsa da te.

Lo faccio ogni volta sento il bisogno di parlarti usando parole che immagino possano attraversare quel cazzo di marmo che ha la pretesa di farmi immaginare stupidamente tu sia lì.

Lo so dove sei. So che sei ovunque, nei miei giorni nelle mie

giornate nella vita che mi corre addosso.

Sei nelle mie scelte, nei miei ‘cosa mi avrebbe detto’ sei nell’amore che ho imparato a donare e quello che finalmente ho immaginato di poter ricevere.

Avevo bisogno di dirtelo.

Di ringraziarti perché me lo hai insegnato tu a non perdere la memoria e la fiducia.

Avevo voglia di raccontartelo anche se lo sai già, cosa la vita mi ha portato, oserei dire donato.

Volevo dirti che spaventa e la prova è proprio imparare a stare nella paura che l’amore porta con sé perché destabilizza, ti fa vacillare, ti sposta.

Ti chiede di mollare ciò che sei stata, ciò che c’è stato prima

per rinascere e scoprirti diversa.

Volevo farti ridere. Perché finalmente mi riesce. Ogni giorno.

Volevo dirti che la notte a volte piango, perché i mali del mondo di giorno non li so affrontare e bussano al mio cuore di notte, quando mi sveglio e gli alberi con le loro fronde suonano una musica leggera, accompagnano i pensieri e accarezzano tutto quello che di giorno non posso sentire per non pesare con le mie pesantezze sugli altri.

Ma c’è una differenza. Nelle mie notti c’è una differenza sostanziale. Se allungo la mano sento che non sono sola. Proprio come quando ero piccina e facevo i brutti sogni e tu mi dicevi ‘mimma dammi la manino a dormi’ e io piano piano mi riaddormentavo.

Non si cresce mai rispetto alle proprie debolezze.

Non si smette mai di essere fragili rispetto ad alcune intime ferite non sanabili.

Si può solo stare e accettare di esserlo. Anche se questo mondo i fragili li devasta non si può essere altrimenti che se stessi.

Ci si protegge male ma forse il segreto è proprio smettere di proteggersi.

Volevo dirti che quando mi accade qualcosa di bello penso sempre che la sera a tavola mi dovrò ricordare di raccontartelo nonostante siano dieci anni che a tavola non vieni più.

Volevo chiederti se puoi dare un occhio a Rui che ha paura dei rumori forti dei temporali e degli stendini dei panni.

Son corsa da te perché a volte pensarti non basta, devo raggiungerti, camminare fino a lì, sedermi su quel cazzo di marmo che brucia sotto il sole e d’istinto prendere il flacone dell’acqua e bagnarlo, per rinfrescarti.

Credo che un medico di psichiatria in borghese dovrebbe aggirarsi per le file composte dei cimiteri. Si scoprirebbero gesti strani e quotidiani, chiacchierate apparentemente inutili, piccoli rituali semi ossessivi e si potrebbero osservare le persone come sono quando sono nude di fronte alla mancanza, in affanno, alla ricerca di un briciolo di consolazione.

Son venuta da te per portarti un cristallo, come faccio spesso. Stavolta è il quarzo rosa che ha raccolto i miei difficili mesi e si è spento con loro.

Oggi sottovoce ti ho cantato un pezzetto di autogrill di Guccini e ti ho raccontato di come le canzoni cambiano sfumature quando attraversano il cuore delle persone che ti amano per raggiungerti.

Ti ho rinfrescata, ti ho raccontato le cose che da sempre puoi sapere solo tu poi come sempre ho avvicinato la guancia alla tua foto e ho chiuso gli occhi alcuni secondi, come a raccogliere il bacio che ti chiedo ogni volta.

Sono corsa da te, perché non so a chi altro dirle quelle cose che per tutti gli altri sono chiacchiere inutili e che per te non lo sono state mai.

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