Son passati dieci anni a me sembra ieri e un’eternità #nonninamia.
Da quell’ultima volta che ti ho tenuto la mano son passati dieci anni.
Ti ho cercata dappertutto in questo tempo. Nei sogni, nei pensieri, negli oggetti, nelle abitudini, ho camminato per i nostri sentieri e ti ho raggiunta al quercione ogni volta che la vita mi ha messo al muro.
Ho scoperto che mi ascolti, che mi aiuti e mi mandi i consigli come hai sempre fatto e questo mi riempie di amore e calore il cuore.
Però mi manchi.
Non riesco a togliermi quel pensiero istintivo che mi attraversa la mente alcuni giorni quando esco da lavoro, prendo il telefono e penso ‘ora chiamo la nonna le devo raccontare che…’ mi manca il fiato ogni volta.
Dieci anni.
Io non ci so stare dieci anni senza di te.
Stasera non avevo voglia di stare sola.
Avevo bisogno di stare nel mio nido casalingo.
E il mio nido sono loro. Il babbo, la mamma, i nostri ‘cuccioli’ e la Dida.
Ci siamo trovati attorno a un tavolo fra vino e chiacchiere.
I ragazzi nonostante i mille impegni son rimasti a casa o son tornati prima per stare con noi.
La Dida ha portato in tavola una zuppiera di cavolo con le fette e io qualche giorno fa ne avevo scritto …. Non ci eravamo dette niente ma non c’è da dirsi niente quando parli il linguaggio del cuore
“Alcune ricette sono autobiografie emotive.
Son quelle ricette che non verranno mai fedelmente riprodotte da chi segue alla lettera le indicazioni perchè l’ingrediente insostituibile è il momento, il tempo, l’atmosfera.
Riprodurle evoca però ricordi, emozioni e immagini.
Nello stomaco non entrano ingredienti ma quella sensazione di cura e accudimento che nella vita puoi provare (se sei fortunato) per limitati periodi di tempo, poi la vita te la toglie, come se ti spronasse a vagare per il mondo alla continua ricerca di quell’emozione lì, di quell’amore lì.
Accade tu la possa incontrare nuovamente.
Se accade ringrazia la vita.
A me non è mia mancata, perchè la nonna lo ha insegnato a mia sorella e quando ho bisogno di quello sguardo lì, quel ‘va bene qualsiasi cosa fai io sto dalla tua parte’, quel ‘sei triste? Ti preparo la caponata!’ lo trovo in lei.
Ma io ho sempre pensato di essere fortunata in amore, non al gioco, anche se a briscola vinco a mani basse!
Le frittelle di riso con l’uvetta son nascoste nel mobile dei piatti in un vassoio di metallo coperte con lo scottex in attesa che la mamma torni da lavoro. Guai a chi si prova ad allungare la mano per prenderne una, il mobile apparentemente luogo scontato per custodire segreti alimentari con la sua saggia anzianità (una piccola credenza dell’800) nel tempo ha iniziato a cigolare ad ogni apertura, nonostante con tutta la cautela del mondo con il minimo movimento se tocchi la porta questa istantaneamente cigola e inevitabilmente parte, da ogni punto della casa, la ‘bociata’ della nonna che mi ammonisce.
Accanto al vassoio di metallo c’è un piattino di ceramica coperto anche questo con lo scottex, sono le frittelle senza uvetta per la Dida, tesoro ancora più pregiato e intoccabile. Li davvero posso rischiare pene tipo il mestolo di legno per la pomarola nelle cosce o il battipanni nel ‘groppone’.
La minestra di pane non è un alimento, è un rito d’amore e di partecipazione. La mangio soltanto se sono emotivamente pronta perchè nel mio stomaco ha lasciato traccia di un’amore così importante che ha bisogno di essere accolta e assaporata nei momenti giusti. La rivedo in cucina di spalle che tira fuori la padella di metallo e la cosparge di olio, ci rovescia la minestra di pane e la lascia scaldare, cuocere fino a che non si forma quella crosticina un pò croccante tutta intorno dopodichè la porta in tavola.
Nessuno può aiutarla, solo lei può cucinare e lamentarsi che nessuno l’aiuta senza farsi aiutare. Noi seduti a tavola aspettiamo il suo arrivo mentre il profumo di ribollita si infila ovunque, nelle tende, sui tessuti del divano, nell’aria e impregna aria e cuore.
“Alcune ricette sono autobiografie emotive.
Son quelle ricette che non verranno mai fedelmente riprodotte da chi segue alla lettera le indicazioni perchè l’ingrediente insostituibile è il momento, il tempo, l’atmosfera.
Riprodurle evoca però ricordi, emozioni Nel mio vagare fra gli altarini di casa in questi giorni ho ritirato la cassetta di verdure dal contadino e nemmeno a farlo apposta mi sono ritrovata la cucina (=casa) invasa dal profumo di cavolo nero appena raccolto.
Lo cucino subito senza usare la pentola a pressione e la casa si riempie di quell’odore che i miei figli definiscono nauseante e per me è inebriante.
Taglio il pane raffermo, lo lascio asciugare al forno e quando è pronto
stropiccio le fette con l’aglio fino a consumarlo come gessetto su una
lavagna.
Nella zuppiera bianca di ceramica metto le fette, poi uno strato di foglie di
cavolo lessate, scolate il giusto, per far si che il il pane si impregni perbene, un
bel giro di ‘olionovo’, pepe e sale se serve.
Procedo così strati su strati fino a riempire la grande zuppiera.
Preparo la tavola con la tovaglia a quadretti rossi e bianchi, rigorosamente senza
tovaglioli perchè se c’è bisogno ci si pulisce alla tovaglia.
Sono figlia di un galateo contadino che prevede gesti poco diplomatici e
praticità, nel tempo e nella convivenza ho compreso che non erano regole tanto adatte e che effettivamente i tovaglioli aiutano, ma quando mangio il cavolo con le fette mi pulisco rigorosamente alla tovaglia….”
Non ti amo ‘ovunque tu sia’ nonnina mia, perché dove sei lo so esattamente e da lì non ti porterà via nessuno mai
e immagini.
Nello stomaco non entrano ingredienti ma quella sensazione di cura e accudimento che nella vita puoi provare (se sei fortunato) per limitati periodi di tempo, poi la vita te la toglie, come se ti spronasse a vagare per il mondo alla continua ricerca di quell’emozione lì, di quell’amore lì.
Accade tu la possa incontrare nuovamente.
Se accade ringrazia la vita.
A me non è mia mancata, perchè la nonna lo ha insegnato a mia sorella e quando ho bisogno di quello sguardo lì, quel ‘va bene qualsiasi cosa fai io sto dalla tua parte’, quel ‘sei triste? Ti preparo la caponata!’ lo trovo in lei.
Ma io ho sempre pensato di essere fortunata in amore, non al gioco, anche se a briscola vinco a mani basse!
Le frittelle di riso con l’uvetta son nascoste nel mobile dei piatti in un vassoio di metallo coperte con lo scottex in attesa che la mamma torni da lavoro. Guai a chi si prova ad allungare la mano per prenderne una, il mobile apparentemente un luogo scontato per custodire segreti alimentari con la sua saggia anzianità (una piccola credenza dell’800) nel tempo ha iniziato a cigolare ad ogni apertura, anche con tutta la cautela del mondo e con il minimo movimento se tocchi la porta questa istantaneamente cigola e inevitabilmente parte, da ogni parte della casa, la ‘bociata’ della nonna che mi ammonisce.
Accanto al vassoio di metallo c’è un piattino di ceramica coperto con lo scottex, sono le frittelle senza uvetta per la Dida, tesoro ancora più pregiato e intoccabile. Li davvero posso rischiare pene tipo il mestolo di legno per la pomarola nelle cosce o il battipanni nel ‘groppone’.
La minestra di pane non è un alimento, è un rito d’amore e di partecipazione. La mangio soltanto se sono emotivamente pronta perchè nel mio stomaco ha lasciato traccia di un’amore così importante che ha bisogno di essere accolta e assaporata nei momenti giusti. La rivedo in cucina di spalle che tira fuori la padella di metallo e la cosparge di olio, ci rovescia la minestra di pane e la lascia scaldare, cuocere fino a che non si forma quella crosticina un pò croccante tutta intorno dopodichè la porta in tavola.
Nessuno può aiutarla, solo lei può cucinare e lamentarsi che nessuno l’aiuta senza farsi aiutare. Noi seduti a tavola aspettiamo il suo arrivo mentre il profumo di ribollita si infila ovunque, nelle tende, sui tessuti del divano, nell’aria impregna aria e cuore.
Nel mio vagare fra gli altarini di casa in questi giorni ho ritirato la cassetta di verdure dal contadino e nemmeno a farlo apposta mi sono ritrovata la cucina (=casa) invasa dal profumo di cavolo nero appena raccolto.
Lo cucino subito senza usare la pentola a pressione e la casa si riempie di quell’odore che i miei figli definiscono nauseante e per me è inebriante.
Taglio il pane raffermo, lo lascio asciugare la forno e quando è pronto stropiccio le fette con l’aglio fino a consumarlo come gessetto su una lavagna.
Nella zuppiera bianca di ceramica metto le fette, poi uno strato di foglie di
cavolo lessate, scolate il giusto, per far si che il il pane si impregni perbene, un
bel giro di ‘olionovo’, pepe e sale se serve.
Procedo così strati su strati fino a riempire la grande zuppiera.
Preparo la tavola con la tovaglia a quadretti rossi e bianchi, rigorosamente senza
tovaglioli perchè se c’è bisogno ci si pulisce alla tovaglia.
Sono figlia di un galateo contadino che prevede gesti poco diplomatici
epraticità, nel tempo e nella convivenza ho compreso che non erano regole tanto adatte e che effettivamente i tovaglioli aiutano, ma quando mangio il cavolo con le fette mi pulisco rigorosamente alla tovaglia….”
Non ti amo ovunque tu sia nonnina mia, perché dove sei lo so esattamente e da lì non ti porterà via nessuno mai
