Il mio rituale è fatto di ricordi.
Il Calendimaggio, per me, è una ninna nanna. La mia mamma che mi culla,
occhi negli occhi, sperando che io prenda sonno cantando sottovoce, quasi ad
accarezzarmi l’orecchio con la canzone del Maggio. …
“Siam venuti a cantar maggio, qui sull’uscio della sposa”…
Nella vita poi non ho cercato altro.
Nei momenti di sconforto e dannazione ho cercato quella voce, quegli occhi e
quell’abbraccio, la mia me bambina che si lascia cullare senza farsi domande.
Lei, così materna e così sensuale, così acerba nei gesti e matura negli intenti è
ciò che cerco ogni volta che la notte mi deruba del sonno e quando cerco di
essere una madre che sa amare stando alla giusta distanza, a costo questa sia
troppa.
Ho cercato quella voce e quel ritmo in tutte le interpretazioni di quel canto che
ho ascoltato, a migliaia, in tutti questi anni, come un assetato cerca una fonte,
come una bambina bionda e cicciottella con il naso arricciato e le gote sempre rosa,
alla quale non è stato insegnato a crescere.
Da quando se n’è andata la nonna ho capito profondamente che ciò che si ama
veramente non se ne va via da noi, nemmeno un minuto.
Che fuori da me tutto questo non potrà esistere più e che lasciare che il tempo
trasformi i bei ricordi in nostalgie non ha senso, ha senso sentire
continuamente dentro di noi tutto quell’amore e la gratitudine per averlo
provato. Raro, unico e assoluto.
E da quel giorno la melodia del Maggio ha accompagnato i miei momenti
insonni, esattamente come accadeva quasi cinquant’anni fa, in quella casa
all’ombra di una piccola collina, il ‘monte maggio’, che si affacciava sul bosco.
Da quella finestra, dalla quale pensavo entrassero solo vento e zanzare,
entravano vita e ricordi dentro di me, quella che poi sarebbe diventata la mia idea di amore e
cura.
Mi affacciavo ogni tanto per guardare il bosco, soprattutto a Primavera, amavo
la luce che trapelava dalle chiome degli alberi e tutte quelle ombre che
disegnavano strani girigogoli sul pavimento del mio giardino.
Alzando gli occhi verso il sottobosco mi trovavo davanti la splendida pianta di
lillà – la viola a ciocche come la chiamavano in paese – la nonna la chiamava
lilla’, con l’accento.
Si riparava fra le radici dei grandi pini e delle vecchie querce facendo spiccare i
suoi ciuffi rosa violacei nel cromatismo del verdebosco.
Lillà, per me, è lei che torna dall’orto con i secchi pieni di uova e il raccolto, un
ciuffo di fiori che spunta dal secchio delle verdure, pronto per esser
messo in un vasino in cucina bene in vista.
Eran doni timidi che la mia nonna faceva alla mia mamma, io lo sapevo, non so
se lei se ne è mai accorta, io si, se mi apprestavo a toccarli o mi avvicinavo
troppo per annusarli partiva lo scapaccione, il modello base, quello che non fa
tanto male ma minaccia di farne arrivare di successivi con raccomandazione a
seguito: ‘mimma un toccare sennò non arriva a stasera tomà non li vede
nemmeno’.
Ho sempre pensato che la salita di casa mia servisse ad annunciare a tutti che
stava arrivando la felicità. Per me era così.
La nonna che tornava dall’orto a piedi, in salita, facendo la piccola salita che a
metà pomeriggio sembrava più irta del normale, si prendeva una pausa sotto la
terrazza per tirare il fiato, mentre alzava gli occhi e controllava che fosse tutto a
posto, scrutando le finestre di casa.
Era di solito l’ora della merenda, se era il periodo giusto mi stropicciava un
pomodoro sul pane e mi mandava a vedere i cartoni animati nell’unica
mezz’ora in cui la televisione li trasmetteva.
Io mi sedevo con le gambe penzoloni dalla sedie e mentre masticavo
mantenevo le pupille fisse sullo schermo della televisione concentrata come
dovessi ripetere a mente tutto l’episodio.
Era felicità quando il babbo e la mamma arrivavano in macchina la sera, stanchi
dopo una giornata di lavoro, con ancora tante cose da fare e da dire, problemi
da risolvere, discussioni politiche da intavolare. Ci sedevamo a tavola tutti
insieme, la televisione dettava il ritmo delle nostre discussioni ma non eravamo
spettatori passivi, ogni notizia merivata un commento, una domanda, una
critica. Era faticoso cenare con due rivoluzionari ogni sera.
Si perchè così ci si sentiva negli anni 70, tutti parte di una lotta condivisa che
non lasciava niente al caso. L’educazione ne era parte, il quotidiano era un passo
verso il cambiamento.
I canali in casa mia andavano dall’uno al tre, per il resto erano concerti e teatro
quando ancora ci si potevano permettere e non costavano un occhio della testa
come oggi.
Era felicità quando la Dida accorciava le marce della Vespa per affrontare la
salita, facendo rimbombare quel rumore fino dentro casa, come fosse un
annuncio solenne del suo arrivo. Nonostante non mi cacasse di pezza io ero
felice quando tornava a casa, era bella anche con il muso, anche quando mi
trattava male perchè ero sempre nel mezzo.
Ero sempre nel mezzo secondo tutti, al punto che a una certa ho iniziato a
togliermi di mezzo, isolarmi. Nei libri, con la musica e la nonna.
Li, solo li, mi sentivo protetta.
Io in verità mi ricordo soltanto chi ho atteso.
Non mi ricordo se sono stata attesa.
Mi ricordo chi ho desiderato.
Non mi ricordo se sono stata desiderata.
Ho messo da parte il mio ego per anni, perché è più semplice essere felici
attraverso gli altri sentendosi accettate piuttosto che cercare la propria felicità,
quella esclusiva, che incontri e ti riconosce in un attimo e spera ogni volta che tu
non ti volti dall’altra parte.
Maggio, per me, era amore.
Le ciliegie dell’albero in fondo alle scale. La vita che riprendeva ritmo dopo
inverni lenti, dopo i raffreddori e gli impiastri per la tosse o le punture di
penicellina.
Maggio erano le gambe scoperte, ai tempi ancora non erano storte, i piedi nel
fosso, le partite di calcio dove ero l’unica femmina ma nessuno ci faceva caso,
tanto mi chiamavano per cognome e io giocavo a fare il fenomeno nel piazzalino
del Ciccio, dove si consumavano scarpe e voci fra discussioni se era palo o era
dentro e ginocchiate sul pavimento di cotto.
Erano le merende della Nella, che stendeva la Nutella canticchiando e leccando il
cucchiaino e poi apriva il succhino fatto in casa chiuso dal tappino di plastica.
Maggio era la scuola che stava per finire. Da piccola, la paura dell’esame di
quinta elementare ripassato nel pulmino mentre ripetevo a Enrico e al Ciccio la
mia ricerca non curante del loro assoluto e palesato disinteresse.
Più tardi, negli anni, erano le corse per recuperare quel cinque a matematica,
interpretando ruoli melodrammatici alternati a scene di panico, di fronte alla
Rizzo, che puntualmente si commuoveva e mi passava a Giugno.
Erano le prove di modellato, dove l’orecchio del David, in mano mia, diventava
un posacenere di pessima fattura, e la Di Ruggero mi chiamava alla cattedra
esclamando “Miniera, hai deciso se fai pittura o architettura? Perché se fai
pittura ti rimando”.
E’ andata così, è stato improvvisamente facile scegliere l’indirizzo del triennio
con metodi di insegnamento anni ’90. Efficaci e risolutivi. Di una prof che
fumava in classe, ogni tanto diceva qualche parola adatta più a un bar dello
sport ma che ti guardava negli occhi per capire se quel fuoco bruciava o no e
provava a suo modo ad accenderlo, se non di passione di incazzature e rabbia.
Con me la Diru ha avuto ragione, ho amato e amo l’architettura come ho amato
i miei fidanzati. Intensamente, senza dimenticarli mai del tutto portando un
pezzo di quell’amore a spasso per la mia vita dispensandolo un pò ovunque. C’è
un pezzo dei miei studi di arte e architettura in tutto ciò che faccio, anche le
cose apparentemente più distanti. Perchè l’arte ti plasma la mente, educare al
creativo è aprirsi all’ignoto avendo un pò meno paura.
Maggio era il mese di Boboli, delle forche — che per me forche non erano —
quando la mattina mi affacciavo in camera della mamma e le dicevo “Stamani
non entro, si va a Boboli, vogliono fare forca”, “Va bene, stai attenta e non
andare in motorino con nessuno andate a piedi!”.
Era la sua unica raccomandazione ogni volta.
Maggio era il mese in cui mi innamoravo. O forse no, perché mi innamoravo
tutti i mesi di qualcosa e son sempre stata innamorata di qualcuno, ma a Maggio
questo amore diventava vero, manifesto.
Ci si spogliava dei vestiti e delle emozioni pesanti, e si trovava il coraggio per
viverlo, quasi sempre. L’amore è un sentimento che fa paura.
Ci sveglia d’improvviso e ci chiama alla vita con così tanta forza che, a volte,
non ci sentiamo pronti. Ignari della bellezza del cambiamento e della crescita
che potremmo fare preferiamo restare nei nostri nidi, nelle gabbie con tutti i
nostri confort dove ci sentiamo protetti nonostante il dolore, la noia,
l’insofferenza, anestetizzati verso la vita per non sentirla troppo. Per non
mettersi alla prova.
L’amore ci chiede coraggio e soprattutto ci chiede sempre di scegliere. Sempre.
È una prova incredibile di fiducia verso la vita e verso se stessi, che non siamo
sempre pronti a sostenere.
C’è chi lo attende per anni, questo momento, nel segreto del proprio cuore,
cullando la possibilità di trovare quel coraggio come un pensiero proibito e
quasi assurdo e se ne prende cura.
E c’è chi lo lascia scivolare via, preferendo di rimpiangerlo piuttosto che
viverlo. Scegliendo ogni giorno di vivere distante dal rischio che comporta
mettere a nudo la propria anima davanti a un sentimento.
Perché l’amore ti svela a te stesso, e non ha sempre solo cose belle da farti
vedere.
Non è solo gioia, passione e serenità.
È paura. È sbilanciamento. È la vita che ti scuote.
E ci vuole tempo e misura per trovare, ogni giorno, nuovi equilibri dentro e
fuori di sé.
E’ necessario lasciare andare e fare spazio alle vecchie parti di te che, con
questo amore, non hanno più niente a che fare. Devi darti e avere il tempo di
salutarle.
Come in natura in queste notti si saluta e si celebra la fine del semestre buio,
accendendo fuochi nei boschi e nei campi, così dentro di te devi bruciare ciò
che impedisce alla tua vegetazione emotiva di crescere, accogliere, germogliare.
Alla luce di una luna gibbosa calante che sostiene il tuo cuore nel lasciare andare
con amore ciò che non sei più per incontrare te stessa nella nuova te.
Incontra l’altra te prima di incontrare l’altro.
Ama te a lungo e con piacere prima di amare l’altro.
E poi donati alla vita.
Saprà cosa offrirti, se esci dalle paure dell’inverno e ti fidi della tua luce.
Felice Calendimaggio, anime in fioritura.
Che sia amore, come deve essere.
Così è e così sia
Elena&Margot
