La pioggia incessante ha modificato il profilo del bosco, gli alberi piegati dal vento sembrano inchinarsi a una forza superiore che non conosce compassione e pietà.
Camminare per quei sentieri sconvolti dalla tempesta è a tratti pericoloso e caotico. Si rischia di perdersi, di farsi male.
Quando la tempesta accade non resta altro che fermarsi, cercare riparo e aspettare.
L’attesa fa parte dell’amore.
Aspettarsi, guardarsi e accogliersi senza giudicare è un atto d’amore incredibile.
Trovo riparo nel tronco spezzato di un vecchio albero, anche lui probabilmente colpito dalla tempesta, lacerato da un fulmine qualche tempo prima.
Corro riparandomi sotto le grandi foglie sino a farmi piccina per entrare nel tronco. Sono agitata ma non ho paura. Gli alberti ballano una danza tribale, le fronde si scontrano ma io resto li, osservo il cielo con gli occhi socchiusi perchè ogni particella di aria è accompagnata da una particella di acqua. Mi sento un pesce a cui hanno chiesto di fare un giro sulla terra.
Stretta nel tronco provo a trovare una posizione migliore, da dietro alle foglie che il vento ha cumulato alle mie spalle sento provenire dei rumori, l’istinto è quello di scattare fuori dal tronco in piedi di fronte all’albero cavo, un tuono mi sorprende mentre una folata di vento mi fa cadere addosso foglie strappate dai rami violentati dalla tempesta.
Mi ricaccio dentro il tronco, provo a respirare ma provo la stessa sensazione di quel pesce a cui hanno fatto fare il viaggio sulla terra.
Inspiro dal naso e cerco di trattenere il respiro per recuperare un pò di ossigeno da quella piccola quantità di aria che sono riuscita a ingurgitare.
La sensazione è la stessa che provavo da bambina, quando attraversavo momenti di tensione e di paure (spesso, sono un mimulus dei fiorid i bach pieno) mi trovavo sempre a fare i conti con l’aria, la respirazione e la sensazione che il respirare non fosse una cosa del tutto automatica ma che servisse uno sforzo enorme per riuscire a farlo.
Le foglie dentro al tronco scricchiolano così forte da coprire il rumore della pioggia, cerco di restare immobile per decifrare i rumori che provengono da qualche parte vicina a me.
Sento voci di donne.
Avvicino l’orecchio al fondo del tronco.
Sento risate di donne.
Trattengo il respiro per decifrarlo meglio.
Sento una musica.
Tocco il fogliame per vedere se vedo qualcosa.
Ops!
D’improvviso piombo dalla parte opposta del tronco, con una capriola non proprio ottimamente riuscita mi trovo stesa a terra a pancia in sù e quei suoni e quei rumori che avevo solo percepito mi si scaraventano addosso come se volessero scuotermi dal torpore.
Apro gli occhi, son finita sotto a un grande tavolo e per miracolo non mi ci son spaccata la testa.
Un tavolo imbandito di hummus di melanzane, pane di segale al miele, ricette dal respiro etnico e sfogline dolci.
Un bianco sfuso, qualche rosso abboccato, una bottiglia di tonqueray ormai finita e una sola bottiglia di acqua sul grande tavolo. Piena.
La grande stanza è illuminata dalle candele e dalla porta aperta entra la luce fiammante del grande fuoco acceso nell’aia.
Alzo meglio la testa inclinando il collo in verticale e le vedo:
Sono una più bella dell’altra.
Ridono scomposte portando con sé l’eleganza propria delle donne che non sanno di essere così belle.
Il cuore fa un giro doppio, come a volermi invitare ad alzarmi, ma io mi poggio sui gomiti e le osservo. Non riesco a irrompere nella scena e turbare tutta quella bellezza.
Le riconosco, sono le donne che mi hanno salvato la vita quando la tempesta mi ha portato via la casa, il mio luogo sicuro, il mio spazio inviolato. Quando da un minuto all’altro ciò che ritenevo la mia sicurezza è diventato il mio dolore.
Credevo di avere tutto, di non dover lottare più e mi sono accorta di quanto fosse necessario farlo solo quando tutto era stato spazzato via da quella tempesta violenta e stronza che ha attraversato il mio cielo in quel luglio che pareva novembre.
Mi sono impaurita tanto, come se mi fossi ritrovata su un ponte tibetano da sola senza vedere cosa potesse esserci dall’altra parte. Nella nebbia fitta che il dolore portava con sé non riuscivo a fare nessun passo, ero immobile sospesa sopra uno strapiombo.
Mi ero già trovata sul ciglio di un dirupo ma l’ abbraccio di un angelo mi aveva salvata, buttarsi era stato bellissimo e atterrare ancora di più. Procedere era stato difficile e ad un certo punto quell’abbraccio si era spezzato, l’angelo si era trasformato in demone scaraventandomi a terra avvolta da una tempesta di pioggia fitta e da tutta quella nebbia.
Sospesa sul ponte tibetano con le mani tremanti mentre non procedevo né avanti né indietro presa dalla troppa paura son scivolata giù, in caduta libera dentro di me ho solo chiuso gli occhi immaginando a breve un enorme schianto. Stavolta imminente e abbastanza definitivo.
Mi son sentita afferrare.
Una due tre sei otto dieci mani mi hanno stretta, sembravano milioni.
La presa era ancora più decisa dell’abbraccio in cui mi ero ritrovata qualche anno prima, talmente decisa che mi sono abbandonata completamente senza preoccuparmi dello schianto.
Erano le donne che adesso osservavo da sotto il tavolo muoversi dentro quello spazio intimo. Erano loro che mi hanno vista volare di sotto e son corse a riprendermi.
Chi mi ha afferrato un braccio, chi si è messa sotto di me per evitare l’impatto con la terra e la polvere, chi mi ha rimesso in piedi e sistemato i capelli, chi mi ha tenuta così stretta che ha evitato mi rimessi in tutti i pezzi possibili.
Sedute attorno al tavolo si apprestano come sempre a mangiare senza aspettare chi ritarda, bere senza seguire un ordine preciso, sento le loro voci, sento le voci anche di coloro che stanno solitamente in silenzio, perchè ormai son abituata ad ascoltarle dal cuore e il loro silenzi non sono più tali per me.
In questo momento dell’anno dove si celebra il proprio raccolto, si osserva quello che questo anno di semina ci ha donato, io mi sento di raccogliere i loro volti uno per uno, prendere fra le braccia i loro corpi e ringraziare Margot per tutto l’amore che ci ha messo nel portarmi sino a qui e farmi ricevere questo immenso dono che sono loro.
Dal fondo della stanza il suono di un tamburo mi riporta dove sono, Silvia imbraccia e abbraccia quell’attrezzo di pelle di agnello e legno, lo percuote con diverse intensità lasciando nascere un suono che smuove i nostri corpi, sollecita la terra, ci porta nel presente, ci sbriciola le corazze.
Lei è luminosa, sempre bella, importante, fa parte del mio raccolto da più di mezza vita. Mi sta vicina senza paura, mi dà respiro quando ho bisogno di sentirmi libera, mi appartiene come senti tua una parte del tuo corpo.
Ha visto nascere Margot, non potrà mai tradirla.
Nella danza che si incendia la prima ad alzarsi e muovere i fianchi a tempo è lei, vestita di bianco che pare una dea, gli occhi che si specchiano nel fuoco, i capelli raccolti con un fermaglio di legno e al collo una pietra a guidare il suo cammino. E’ Nyx, è la Papessa travestita da Folle, è capace di una danza che si trasforma in una lotta, il sorriso che diventa una carezza, le sua parole hanno il profumo dei suoi pani e la delicatezza dei suoi impasti.
E’ un simpatico miscuglio di timori e sfrontatezza, indecisione e caparbietà. Mi ha donato lo sguardo coraggioso sulla vita, perchè vederla attraversare alcuni ponti a confronto ha fatto sembrare il mio tibetano un ponte del parco giochi.
Mentre danza prende per mano colei che ha portato nel cerchio, ha una danza sensuale e leziosa, si muove sorridendo e in quel sorriso gli occhi brillano di vitalità e passione. Proviene dalla terra dove mi sento a casa, Nanou, da lei ho raccolto la dolcezza e la capacità di stupirsi, di perdersi in un libro e ritrovarsi, come piace a me. Starle accanto è un viaggio.
Nell’angolo della stanza Luce le osserva, tutti sanno che sa danzare benissimo e che la sua bellezza è proprio questo alternarsi dei due elementi che dal primo momento ho riconosciuto in lei, acqua e fuoco. Dolcezza delle emozioni e fuoco delle manifestazioni, non a caso non ha paura ad accendere il forno di luglio e si siede accanto al fuoco senza aver paura di scaldarsi troppo. Da lei raccolgo la spontaneità del cammino che sta facendo, il suo sorprendersi affidandosi. La sua fede nel femminile.
Ancora non danza ma muove il piedino a tempo.
Quella che danza senza badare a niente è colei che mi salva da tutta la vita. Si muove seguendo il ritmo e il suo corpo si ricorda tutte le decine di corsi di danza fatti, alcuni insieme. Peccato che il mio corpo non ha memoria, non si ricorda nemmeno il passo base del ballo dei watussi.
Il raccolto che parla di lei è fatto di una vita intera di semine, poche tempeste, tanto nutrimento e un terreno d’amore meraviglioso dove fiorirebbe anche un palo della luce. Con lei raccolgo la vita ogni anno, frutto dopo frutto, quelli marci io li vorrei buttare ma lei li scattiva per farci una marmellata, canticchiando, a suo ritmo, il ritmo di Yuna.
Violeta l’ho trovata in ginocchioni che ride come una matta, intenta a raccattare la sua pala dorata mentre le altre le propongono da tempo di di abbandonarla.
Non le serve più ma si sente più sicura ad averla, in ogni caso dice che può badare a noi con quella, noi sappiamo che non è quella che la rende unica ma sono i suoi occhi, le sue parole e i suoi sorrisi. Ma lei non ancora non lo sa, non si fida, o forse si fida ma le ci vuole del tempo. In ogni caso il suo sorriso è raggiante, nonostante il dolore ai ginocchi. Di lei raccolgo tutte le parole che ha saputo donarmi e quel sorriso di cui son da sempre appassionata sostenitrice.
Dalla scala che si snoda sul lato sinistro della stanza sento ridere e mi volto, il tamburo ha un ritmo caldo e dolce come lo sono i suoi abbracci in cui non si vede l’ora di rifugiarsi ogni volta. Morgana è elegante, porta un vassoio perchè ci conosce bene, si muove a tempo stando attenta a non inciampare e quando entra dentro la stanza questa si riempie della sua energia, presente ma mai invadente, intima ma condivisa, profonda e leggera. Da lei raccolgo il suo sguardo dove mi sento sempre a casa, gli occhi che incontro quando parlo e non so se mi so spiegare.
Incontro i suoi che mi guarda e mi fa cenno di procedere. Da lei raccolgo la fedeltà al mio progetto a tratti ne ha avuta più di me, lo posso ammettere.
Nel cerchio entra lei con una boccia di vino sfuso e la musica cambia subito, il tamburo sembra voler suonare grunge e la sua chioma di capelli rossi si muove a ritmo.
Allegra più che un nome è un’intenzione, da lei raccolgo assolutamente la bella musica, la bellezza del caos che a tratti l’attraversa e quello sguardo di bambina che ha sempre sentito un pò troppo tutto. Le emozioni, le parole, i gesti, gli sguardi e forse solo adesso trova la forza per dirselo che tutto questo a tratti era troppo. Forse adesso inizia a perdonarsi tutta quella sensibilità.
Da Circe raccolgo le cose che ci accomunano, primo fra tutti l’amore per i libri, la scrittura e il gin tonic.
Raccolgo il rapporto che ha saputo creare con sé stessa, la sua crescita che è stata la crescita di tutto il gruppo, la sua fiducia nella vita e la capacità di imparare a chiedere. Solo a chi merita, ma ha imparato.
Per ultima osservo Margot, si è tagliata i capelli, ha delle occhiaie che non passano nemmeno con i correttori chimici, la vedo bruttina e trascurata, stanca e perennemente in debito di sonno. L’ho vista tante volte così, cadere da ponti tibetani di diverse altezze, lei che soffre di vertigini dal secondo gradino della scalaz
Stavolta però è caduta in piedi. Stravolta ma in piedi.
Nel cadere non ha visto altro se non se stessa, è caduta pensando a sé. A ciò che vale prima di tutto, l’amore per se stesse e per il proprio cammino, la capacità di rimanere sulla propria strada anche se i ponti tibetani e le salite fanno paura.
Ha sentito di non essere sola, ha compreso che ‘farcela’ significa semplicemente esserci per sé stesse senza farsi piegare dalle paure e da chi non potrà mai esserci del tutto. Dobbiamo ricordarci che siamo fini a noi stesse.
Siamo i gesti che compiamo, le scelte che facciamo, le paure che decidiamo di affrontare nel vivere la propria vita nel presente senza farsi trascinare da un passato che osserviamo con il senno di poi e un futuro che ci disegnano radioso o preoccupante. Ricordandosi che ci vuole molto più coraggio a immaginare la felicità che le tristezze.
Possiamo esserci per le altre solo se prima di tutto riusciamo ad esserci per noi. Cadere in piedi è un atto dovuto a se stesse. Me lo insegnano le strane streghe sa qualche anno.
Il vento alimenta il fuoco nell’aia, si uniscono tutte insieme in una danza mentre il tamburo suona, sul tavolo i frutti del raccolto di un intero anno che nel ciclo della vita diventeranno nutrimento per tutto ciò che verrà dopo. Alcune cantano, altre sorridono, alcune piangono.
Io osservo, penso, immagino.
Immagino il viaggio e quanto sarà bello farlo con loro accanto.
Vi sono grata sorelle, del cammino fatto e delle danze che ci aspettano.
Torno nel tronco e mi riappresto ad affrontare la tempesta.
Ho forse un pò più di coraggio. La paura non mi paralizza più.
Sento meno rumore là fuori, ho ancora negli orecchi il suono del tamburo, mi affaccio mettendo la testa fuori dal grande albero, splende il sole, non c’è più traccia di tempesta e vento.
Son le stranestreghe a dettare il
buono e cattivo tempo da queste parti.
Perchè son strane, si, ma son pur sempre streghe.
Elena Miniera, Margot
ADESSO TOCCA A TE:
Prenditi del tempo, entra nel tronco e racconta cosa trovi sulla grande tavola di quello spazio in cui son caduta facendo un capitombolo.
Cosa raccogli da questo anno di ruota rituale trascorsa insieme? E se non l’ha trascorsa con noi, cosa raccogli delle cose che hai seminato nella tua primavera e son diventati frutti? Cimentati nel racconto e se hai voglia condividilo con me.
E’ sempre un onore esserci


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